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Incantesimo
nel Bosco


1978
olio su tela
cm. 100 x 80




La Maddalena

1962
olio a pennello
su tela di canapa
cm 125 x 67





AMELIA MORETTI

La storia di un’artista

Amelia Moretti è nata a Novi di Modena il 27 luglio 1932. fin dai primi anni della sua giovinezza, trascorsi in un lembo della pianura emiliana assai prossima al mantovano ( il padre Vero era originario di Moglia di Mantova) dimostrò una spiccata estroversione e un’altrettanto spiccata inclinazione verso tutto quanto era forma, materia, colore e disegno.
All’età di tre anni, con il papà e la mamma Anella, si trasferì a Novellara (Reggio Emilia), antica Contea gonzaghesca e terra natale di uno dei più grandi ed enigmatici pittori del Cinquecento Italiano: Lelio Orsi.
Quasi per un segno del destino, proprio a Novellara, la pittrice cominciò a tracciare quei primi scarabocchi che costituivano la disperazione del nonno materno Arturo Ottaviani costretto, negli assolati e afosi pomeriggi estivi, a ripulire i muri esterni della casa, “imbrattati” dalla scatenata “vena artistica” della bambina che usava già, con estrema facilità e libertà espressiva, materiali poveri quali i carboni del focolare e la creta.
Disperazione per il nonno, ma anche fonte di grande soddisfazione per la nonna materna Oriemme Frigeri che, forse presaga del futuro di quella bambinetta, la assecondava nella sua passione per la grafica e la ceramica.
Proprio alla ceramica, o per meglio dire ai primi, fanciulleschi tentativi di plasmare con le proprie mani forme precise, quasi vive, si riallacciano i fili della memoria dell’artista che ricorda come nei caldi pomeriggi estivi durante i quali i cuginetti cercavano ristoro all’ombra degli alberi sotto ai quali continuavano a giocare, ella, per nulla distratta o attratta dal loro allegro e spensierato vociare, si incamminava nei campi alla ricerca di materiali nuovi da poter plasmare nelle forme che le suggeriva la sua fervida immaginazione. Materiali che trovava nei fossati delle risaie.
L’attenta osservazione della natura la portò ad individuare diversi tipi di creta, che permettevano soluzioni originali ed erano più o meno malleabili, come pure rilevò che l’essiccazione delle forme così modellate (bambole ed oggetti di varia natura) in luoghi ombreggiati e leggermente ventilati portava ad un’essiccatura senza spaccature o fessurazioni.
I periodi trascorsi a Novellara sono considerati come i più felici e sfrenati. Trasferitasi a Torino, frequentò un asilo montessoriano dove si permetteva ai bambini di esprimersi anche attraverso l’uso della grafica e del colore. E proprio in questo stimolante ambiente educativo venne a contatto con l’infinito mondo del colore, che le ha sempre dato, fin da quei lontani anni, un senso di gioia vera e profonda.
Le infinite distese della pianura emiliana, tuttavia, erano rimaste indelebilmente impresse nel suo animo e la loro lontananza si tramutava in una sottile melanconia che si trova ancora nelle sue prime opere d’Accademia.
Solo le vacanze estive riuscivano a restituirle la gioiosa libertà di correre nei campi e nei prati fioriti.
Per tutto il periodo delle scuole elementari è continua la ricerca della figura a costituire il tratto dominante nei disegni della bambina Moretti.
Anche per lei la guerra rappresentò un momento di svolta. In senso positivo però, perché a Piossasco, cittadina a pochi chilometri da Torino, in un paesaggio del tutto nuovo e ai piedi delle prealpi, iniziò a soffermarsi con maggiore attenzione sui particolari della natura. Foglie, fiori, piante, insetti, piccoli animali popolano i suoi disegni, mentre gli ampi spazi e gli infiniti scorci del paesaggio montano, così sconfinato, troppo vasto per essere racchiuso in un piccolo foglio sembrano quasi spaventare Amelia che ne rifugge.
Per una fortunata circostanza, proprio a Piossasco era nato Alberto Carpinello che molti anni dopo sarebbe divenuto suo marito.

Bambina dalla spiccata personalità, in quegli anni seppe far tesoro dei consigli di papà Vero su come riconoscere le diverse durezze delle matite e su come usarle per ricavare sfumature in bianco e nero. Ma, come suo solito, non si limitò a seguire alla lettera i consigli, ma provò a trovare strade originali. Caratteristica questa, la ricerca costante dell’originalità, e di nuove strade espressive che è da sempre una delle qualità principali (una dote preziosa, si può ben dire) di Amelia Moretti pittrice.
Accostatasi all’acquerello ne fece il tramite ideale per decorare e completare i suoi disegni.
Grazie al regalo di un cugino materno che, giunto a Torino in viaggio di nozze, le regalò la sua prima confezione di “colori ad olio” alla giovanissima Amelia si schiudevano nuovi orizzonti cui ella si accostò con grande slancio ed entusiasmo. Ma questo traguardo raggiunto non significava il termine di quell’inesausta e inesauribile voglia di ricercare e di conoscere che la aveva animata fin dalla sua più tenera età.
Altre tecniche furono esplorate e un posto del tutto particolare l’ebbe l’uso del gessetto, sia bianco che colorato, che aumentò in lei sempre più il desiderio di dipingere su tela: un sogno ormai vicino ad essere realizzato.
Conseguita la maturità magistrale e la maturità artistica, viene ammessa all’Accademia di Belle Arti di Torino, scegliendo come “maestro” colui che sarebbe diventato uno dei più grandi interpreti della pittura italiana del secondo dopoguerra: Felice Casorati.
Furono due anni di grandissima applicazione, sotto la guida di Casorati che seppe accogliere la potenzialità della Moretti, il suo sentire artistico, la sua esigenza di uscire dalle costrizioni imposte da rigorosi formalismi per esprimersi compiutamente seguendo le sue naturali inclinazioni. Il maestro era solito dire: “Tu non cerchi di imitare le mie tonalità di colore come fanno gli altri miei allievi. Tu hai un carattere forte e poi… sei emiliana ed è giusto che tu faccia i colori che senti…”.
Forse mai parole furono più profetiche e penetranti. Maestro nel senso più alto e pieno dl termine, Casorati aveva saputo accogliere appieno le caratteristiche profonde della pittura di Amelia Moretti, la sua inestinguibile esigenza di uscire dalle costrizioni di rigidi schematismi.
La lunga tradizione artistica emiliana, che nei nomi del Correggio, dell’Orsi, del Guercino, del Reni e dei Carracci ha trovato nei secoli la più alta espressione, ha costituito una sorta di patrimonio genetico che la nostra pittrice ha saputo far vivere e rivivere secondo le corde del suo sentire, della sua innata sensibilità.
Il biennio del magistero di Felice Casorati si concluse allorché il grande Maestro divenne Presidente dell’Accademia, non potendo più tenere la sua cattedra.
Amelia Moretti scelse dunque di completare gli studi sotto la guida di Francesco Menzio che, tuttavia, le impose un più rigido e limitante rigore, non lasciandole quella libertà interpretativa e coloristica che Casorati le aveva concesso.
L’ultimo anno del corso all’Accademia la vide frequentare anche la Scuola di decorazione per apprendere (ecco un nuovo segno dell’impeto artistico che sempre ha pervaso la vita e l’attività della Moretti) i segreti dell’affresco, dato che aveva avuto l’incarico di restaurare di restaurare una piccola parte della “Madonna della Fossetta”, situata sul muro absidale dell’omonimo santuario mariano di Novellara.
Una profonda crisi personale la tormentò per alcuni anni. Anni durante i quali la sua pittura, sulla quale ella aveva riversato tutta la passione, si connota per il ripetersi costante, quasi ossessivo, di figure ripiegate su se stesse. Si tratta quasi sempre di nudi di donne: un messaggio crudamente esplicito (almeno per quanti più erano vicini all’artista) del profondissimo travaglio interiore. Nelle figure, nelle loro membra ripiegate (ma non deformi o contorte), si riflette la profonda, per quanto rassegnata, malinconia che invadeva ormai Amelia Moretti.

Ma dopo la tempesta, la quiete raggiunta nella serenità della famiglia, all’ombra della quale ritrovò quella serenità che via via emergeva dai suoi paesaggi, dalle marine, dai caldi colori delle sue nature e composizioni di fiori.
Fin dal 1975 ha lavorato intensamente a pennello, maturando una tecnica del tutto particolare. Mettendo a frutto la profonda conoscenza degli strumenti e delle metodiche, ha perfezionato una sua personalissima e del tutto particolare sovrapposizione di velature di colore che impreziosiscono le sue opere e ne costituiscono anche la ”firma”.
Purtroppo, nel 1975 nel pieno di una carriera ricca di grandi affermazioni e soddisfazioni (le numerose mostre in Francia in Grecia e in altri paesi europei, nonché in Italia ne avevano decretato il pieno successo di critica e di pubblico), Amelia Moretti subisce un delicato intervento chirurgico. L’esito è felice ma gli effetti dei solventi utilizzati per la diluizione dei colori ad olio ne sconsigliarono l’uso.
Per un pittore che aveva fatto della pittura ad olio il suo mezzo espressivo privilegiato avrebbe potuto essere la fine. Ma ancora una volta, Amelia Moretti ha tenuto fede al carattere forte e intraprendente che fin da bambina aveva dimostrato.
Abbandonata la pittura a pennello, dalla fine degli Anni Settanta si è dedicata, con sempre maggiore successo fino ad raggiungere una tecnica eccelsa, alla spatola, che le consente di non diluire un colore che man mano diviene sempre più denso, più corposo, più materico, meno velato, ma anche più immediato.
Ancora una volta, nella vita di Amelia Moretti pittrice un ostacolo si è trasformato in uno stimolo ulteriore, fortissimo a vincere le avversità, a superare una barriera che sembrava insuperabile e a raggiungere nuovi traguardi.
A quando i prossimi?
Gabriele Fabbrici Direttore del museo civico di Correggio

“Da Casorati a Menzio”
i colori emiliani di Amelia Moretti Carpinello

Giardino della memoria di intensa quotidianità di Stefano Luppi

L’opera di Amelia Moretti è un colpo di coda dell’illuminismo nell’arte: vagheggia infatti il ritorno ferreo a uno “stato naturale” inteso come uso di tecniche classiche, dalla pittura a olio, all’incisione, al disegno a matita e carboncino, alla ceramica. Rafforzato in ciò da soggetti che hanno attraversato i secoli della storia del panorama visivo: dalle nature morte di frutta, caraffe, bicchieri e altri oggetti, ai vasi di fiori, ai ritratti e alle figure. Dopo la sbornia di tanti, troppi, concettualismi basta sentirla parlare, nell’intervista che segue, del suo lavoro per rendersi conto di come per certi versi essa richiami il mito illuminista de L’Enfant sauvage, straordinariamente rappresentato da Francois Truffaut in un film del 1970 dove si mette in immagini il rapporto scientifico che Jean Itard stilò per Société des observateurs di Francia alla fine del Settecento.
Amelia Moretti contribuisce quindi oggi di suo, nelle vesti di un redivivo dottor Itard, a riportare l’arte (il ragazzo selvaggio) all’universo civilizzato, alla sua grande storia. Non poteva del resto essere altrimenti, visto che tutta la sua vita artistica ha radici in modelli di scrittura per immagini molto ancorati al figurativo. La moretti infatti si forma all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino – città che nella prima metà del secolo si caratterizza per la presenza di intellettuali e scrittori di altissima caratura, primo fra tutti Piero Gobetti – dove ha come docente di pittura Felice Casorati (1883-1963) e successivamente, quando quest’ultimo viene eletto direttore dell’istituto nel 1952, Francesco Menzio (1899-1979).
Naturalmente la giovane allieva è influenzata a lungo dagli insegnamenti di entrambi i maestri. Osservando le sue tele di juta o canapa dipinte a partire dagli anni cinquanta non si può non notare un’aderenza entusiasta alla pittura di Casorati , trasferitosi a Torino subito dopo la fine della Grande Guerra e ormai notissimo. La classicità casoratiana che si distacca dalle formulazioni troppo “primitive” di Valori Plastici è caratterizzata da un severo controllo intellettuale della forma che sulla tela viene evidenziato da una spazialità molto lineare e orientata al primo piano. Le nature morte della Moretti si mantengono in questa direzione pur essendo caratterizzate, anche quelle dei decenni seguenti, dalla presenza di numerosi oggetti – frutta, fiori, ciotole, caffettiere, piatti – quando il maestro tendeva invece a posizionare poche forme nello spazio definito. Ciò dà alle nature morte di Amelia un “respiro” senza dubbio elevato, grazie anche ai colori utilizzati, spesso accesi e dai toni vibranti con lo stesso mèntore che, negli anni di insegnamento, si accorse di questa qualità della ragazza tanto da etichettarla come l’Emiliana, come “L’unica allieva che non cerca di imitare le mie tonalità di colore… Tu sei emiliana ed è giusto che tu faccia i colori che senti…”. Restando ai colori, ora luminosi ora più attenuati, forse si può chiamare in causa l’altro docente, Menzio, anche se osservando attentamente la costruzione dello spazio e l’assemblaggio di diversi punti di vista prospettici e differenti forme primarie degli oggetti non si può tralasciare di nominare il padre della pittura moderna, il francese Paul Cèzanne. Il ricordo di Casorati è a nostro modo di vedere più presente nella serie più felice di Amelia Moretti Carpinello: le Evoluzioni degli anni settanta che l’anno portata ad esporre in Grecia, Francia, Inghilterra ed altri paesi europei. Esse rappresentano il momento clou della sua ricerca artistica in quanto evidenziano uno “scatto verso l’alto” nel processo di costruzione del disegno e dei volumi corporei. La tendenza a rappresentare le figure femminili in posizioni contorte e sovrapposte, intersecate, caratterizzate da una linea che si contorce su se stessa diventando dinamica, permette di analizzare il rapporto che si crea tra corpo e luce, tra colore e forma (alcuni dipinti di Casorati, come Le tre sorelle 1947 possono essere considerati testi di riflessione per la Moretti in questo contesto).
Ma al di là dell’analisi delle singole opere- bisognerebbe citare anche le serie dei paesaggi di gusto impressionista e cèzanniano, dei fiori, oltre ai disegni e alla grafica, tutto materiale esposto nella mostra della sala Ferraresi – ciò che importa nella definizione critica di questa valente artista che oggi “ritorna a casa” è, come detto, il suo rigore nell’impostazione figurativa e la sua sicurezza esecutiva mai venuta meno neppure in questi ultimi anni di minor lavoro a causa di una delicata operazione chirurgica che l’ha costretta a non utilizzare più i solventi della pittura ad olio e a passare alla spatola. Oggi quindi la materia sulla tela si è fatta più grassa, forse meno poetica ma senza dubbio più immediata.Le tematiche invece sono rimaste le medesime di sempre con un lirismo pacato e toni modulati sul binomio forma-natura che si materializza in soggetti legati alla vita della pittrice, dagli oggetti delle nature morte, ai ritratti delle persone care, ai fiori dei suoi campi. Siamo davanti a un giardino della memoria di intensa quotidianità assurta a modello..
Stefano Luppi

“pittrice essenzialmente verista con notevoli venature impressionistiche, la Moretti ha conservato per un lungo periodo la lezione casoratiana , nella solidità dei volumi, sia nelle figure che nelle composizioni di nature morte, evolvendo tuttavia con estrema prudenza negli ultimi anni verso una più sciolta ricerca formale. La serie delle <Evoluzioni> costituisce infatti un passaggio assai elaborato nell’analisi del processo di formazione del disegno e dei volumi. Alla ricerca impressionistica dei rapporti tra corpo e oggetto e luce, in altre parole, la Moretti è andata via via sostituendo una sorta di fermata sulla linea pura che la pittrice studia in tutte le sue variazioni dinamiche. Osservando le sue tele dal ’60 al ’70 verrebbe da pensare che si tratti di una tappa obbligata dalla quale doveva per forza di cose passare. Già nelle nature morte, infatti, i volumi precisi, distaccati degli oggetti, dei frutti, delle piante, nei quali la memoria di Casorati era ben presente, erano come dispersi in patine di colore che attenuavano fortemente i contorni. La Moretti ne ha conservato il disegno abbandonando tuttavia a poco a poco la sostanza fisica per recuperare, come dal fondo del colore stesso, l’insorgenza materiale dei corpi. In questa ricerca i giochi di opposizione e contrasto tra luci e ombre, tra atmosfera di sfondo e presenze figurali, si attenuano fortemente dando luogo ad un unico rapporto tra la dinamica delle linee e l’espandersi del colore. Lirismo pacato, surrealismo appena accennato, musicalità essenziale nella modulazione dei toni e del disegno o impressionismo, sono le svariate attribuzioni che la critica ha assegnato alla pittrice modenese. Inconfondibile parrebbe, invece, nella Moretti un gusto assai marcato per la composizione ad arazzo dove le figure sono collocate come tenendo conto dei movimenti del drappeggio e della fissità che il ricamo dovrà attribuire ai corpi e alle linee: un contrasto che la pittrice risolve nella progressiva mobilità dei corpi che sembrano assommarsi l’uno sull’altro da sfondi irraggiungibili”.
“Figure ed oggetti, composizioni e nature morte, nella Moretti continuano ad avvicendarsi nel modo più persuasivo e coerente, come di chi naturalmente portato a far poesia, vi sappia aggiungere un’effusione pacata e umana, a tutti accessibile benché raffinata. Inconfondibili e grate ad ogni incontro certe sue opere, concepite e realizzate come un’unica intensa lirica, dove l’occhio trascorre dall’uno all’altro oggetto, come guidato e come deliziato da un ritmo occulto,da una musicalità indefinibile…”.
Giorgio Castagno

Amelia Moretti Carpinello
Immagini nello spazio

La pittura di Amelia Moretti Carpinello è da sempre il frutto di una misurata e rigorosa impostazione figurativa, non priva, in taluni casi, di una simbolica interpretazione delle sinuose figure femminili. Un dettato, quindi, che si snoda attraverso una controllata resa delle immagini, una sottile sensibilità che le permette di trasmettere il fascino di un colore acceso e vibrante, una intrinseca capacità di trasferire nei quadri il senso più intimo e profondo dell’esistenza con le quotidiane angosce e le mai perse speranze, con il dolore di vivere e la sottesa inquietudine di una società sempre più legata alla civiltà industriale avanzata. Si tratta, perciò, di una elaborazione pittorica dove appare evidente, almeno nelle opere dei primi anni, la severa impostazione di Felice Casorati e la poesia delle composizioni di Francesco Menzio, entrambi suoi insegnanti all’Accademia di Belle Arti di Torino, che si fondono in una rappresentazione estremamente calibrata e meditata. In tale angolazione, si delineano “tavole” nelle quali ogni oggetto, ogni vaso di fiori, ogni canestro di frutta, diventa l’elemento essenziale di una piacevole visione delle cose che ci circondano e ci appartengono con le loro ben articolate forme. La Moretti è artefice di un dipingere limpidamente definito, risolto con un segno nitido che circoscrive ed enuclea dal fondo fichi e gialli limoni, conchiglie e tazze, bottiglie e paesaggi di un verde intenso. E sono proprio le nature morte uno dei momenti più suggestivi dell’impegno della pittrice, di quel suo incessante ripercorrere gli itinerari di un profondo amore per il “vero”, per una realtà colta con minuziosa precisione, con quella serenità d’interpretazione che conferisce alla raffigurazione una determinante “classicità”. Vi è nell’opera della Moretti Carpinello una sicurezza esecutiva che, in ogni caso, contraddistingue l’impianto dei quadri ad olio, degli acquerelli, dei disegni e delle ceramiche. In questa direzione, si delinea l’ampia produzione di questa artista che per alcuni anni, causa una malattia, ha ridotto la sua attività, in particolare la presenza nelle rassegne che consentono ad ogni operatore del settore di mettere in luce il proprio lavoro. Al di là di questa osservazione, si deve dire che pur in questa dimensione, l’impegno della Moretti non è mai venuto meno nel tempo, come si può vedere sfogliando le pagine della sua monografia. E sono pagine di una storia che,di volta in volta, si stempera nel silenzio dello studio, nell’attesa di un momento di ispirazione, di raccolta meditazione, di analisi intorno ai valori dell’arte, che ha trascritto e trasmesso in quei libri che ha pubblicato per la scuola superiore. Un piatto di frutta, una composizione floreale con sullo sfondo un paesaggio di sapore rinascimentale, un viso di ragazza permeato dai turbamenti dell’età, racchiudono il senso dell’umana esistenza, il rinnovarsi delle stagioni, la straordinaria energia che trasforma il fluire dei giorni in un evento, in un percorso, in un itinerario di libertà volute e conquistate. Lo studio della pittrice diviene, pertanto, il luogo dell’incontro tra i vari aspetti di una rivisitazione della natura che appare il risultato di una pennellata sostenuta da un colore intessuto di luce.Un colore che sottolinea l’immagine di una donna colta nei più diversi atteggiamenti: tra introspezione e solitudine, tra inespressa passionalità e gioia di vivere. Una donna vista con profondo amore, ritratta seduta e in piedi, distesa e con il capo reclinato, talora persa in pensieri che sembrano annullare ogni altra azione o desiderio o incontro. E in questo continuo dialogo tra la Moretti e il proprio mondo interiore,tra la delicatezza delle fanciulle e lo spazio circostante, si chiarisce l’essenza di un dipingere dalla personale identità, ricco di riscontri con l’ambiente e, contemporaneamente, al di fuori di ogni precostituita “corrente” espressiva, di ogni adesione alle esperienze e alle avanguardie del secondo Novecento, di ogni incomprensibile linguaggio. Il suo discorso, come abbiamo più volte accennato, si colloca nell’ambito della pittura tipicamente figurativa. Una pittura che prende forma mediante un disegno nitido, incisivo, immediato nel suggerire un profilo di ragazza o di un declivo collinare, una corolla aperta al sole o il verde splendente di un prato. Sono soprattutto le composizioni di frutta e fiori che rappresentano il “corpus” principale di un dipingere che in un prossimo futuro potrà trovare nuovi approdi in mostre personali, in manifestazioni che le permetteranno di stabilire un ulteriore contatto con il pubblico, con quanti amano collezionare quadri come quelli della Moretti Carpinello piacevolmente rasserenati.
Angelo Mistrangelo

“ La sua poetica è rimasta fedele a forme naturali. Una grafia sicura, netta e vigorosa, una coloristica smagliante seppure pacata quasi la fusione dell’indole così vivace della sua terra natia e quella moderata della terra in cui vive. I suoi ritratti non nascondono l’introspezione dei personaggi rappresentati e si stemperano su un fondo di paesaggi leggermente fantastici, quasi la Moretti colta dal pudore della cruda verità volesse un poco ingannare l’osservatore. Le sue nature morte, vivaci, abbondanti sono un inno alle cose buone della terra, esprimono un interiore felicità di rappresentare quanto la natura ci offre. E proprio questo compiacimento naturistico ci appare nei suoi nudi la cui crudezza grafica contrasta col le tonalità di colore. Ai nostri giorni una giovane pittrice che non si compiaccia di elucubrazioni contenutistiche è cosa rara, tanto che, se alcune remore possiamo fare per certe sue reminiscenze scolastiche, non possiamo che sperare in una completa maturità personale che la sua pittura sicuramente ci propone”.
Andrea Fusco di Francavilla

“Amelia Moretti Carpinello prosegue, con bella coerenza, la sua pittura di nature morte e figure: ariosa, felice interpolazione di elementi pittorici che in lei mantengono la compostezza, la solare plasticità del pieno giorno dell’eredità classica. Questo per dire delle componenti più immediate. Ma chi la segue da anni non può sfuggire la tensione evolutiva di questo mondo sempre in sé confermatesi e sempre sul punto di spezzare certo delicato equilibrio della sua natura-forma, e ciò non per scarti di tipo espressionistico o gergali, bensì per quel bisogno che nella Moretti Carpinello è proposizione di poesia: immettere nel quadro il lievito delizioso del suo senso (da una parte) e liberare (dall’altra) di concretezza e di peso i bei volumi che esso le suggerisce. Equilibrio, dicevamo, quasi sempre raggiunto ma nello stesso momento inquietante, riecheggiante non si sa quale precarietà, in virtù e solo in virtù del colore, che la Moretti C. attinge nella delicatezza dell’anima sua e stende sulle tele con effetti discorsivi e significazioni “alte”. Alludiamo, per intenderci, ai suoi gialli- verdi dominanti e raffreddanti, alla materia magra della tavolozza. In altri casi, la diversificazione tra l’ovvio della figuralità fine a se stessa (ovvero grave e statica, come può essere quella delle meravigliose zucche) si affida al contrasto.nascono così le nature morte con figure, per lo più riproponesti il nudo assoluto di snelle e mobili ragazze, a cui la non casuale presenza di un canestro di frutti o di un trofeo di ortaggi conferisce felici consonanze, non meno che sognante estraneità”.
“Gente Nostra”, 1969

Il giardino del silenzio

“ In soffitta” ci sono le cose che non servono più, i piatti con il bordo corroso, scheggiati, le caraffe con il becco rotto, le pantofole in disuso, ma c’è soprattutto la polvere degli anni, che si accumula, forma uno strato consistente: con un soffio la potresti dissipare, ma sempre una sottile pellicola resta, quelle vibrazioni il cui seme sta nei sentimenti, nel lirismo che sgorga dall’intimo dell’animo e sosta sulla tela, sul cartoncino. E’ il luogo della memoria che Amelia Moretti Carpinello, nella sua sensibilità, si ricostruisce, come un giardino in cui sono gli ossidi dei colori i petali, le corolle, i fiori , il giardino del silenzio dove si può ancora sognare. La memoria dell’Infanzia, dell’adolescenza, della fanciullezza, ma anche dell’età matura, nella quale qualche volta i sogni svaniscono, ma altre volte si consolidano, diventano realtà. Le forme della torta della nonna competono con una geometria familiare, le brocche – forse hanno contenuto camomilla, the, ma anche vino – danzano un loro minuetto, balzano in alto, si rovesciano, sono allegre, giovani, tentano una composizione un po’ diversa dal solito, ma l’atmosfera è sempre serena come quella del soprano che si esibisce in toni acuti e poi si adagia in una melodia dolce, affettuosa. A questa danza partecipano anche i parallelepipedi, le ampolle, le bottiglie di varia forma: sono lì, in posa. A farsi ammirare, a ricordare che sono frutto della mano dell’uomo, ma anche in natura esistono le forme geometriche, se sa ben osservare. L’uomo: l’uomo riflessivo, che si guarda all’indietro, fa l’esame di coscienza, forse si assolve, ma qualche piccolo difetto, qualche vizio perdonabile, se lo trova. D’altronde anche gli dei non avevano timore di mostrare i loro vizi, anzi, ne andavano orgogliosi. La nonna che pensa alla sua figliolanza, ai suoi nipoti: forse qualcuno è in difficoltà, una preghiere, ma anche l’accettazione della volontà divina. I fiori: rose rosse, rosa, bianche. I fiori non avrebbero senso, il loro colore non diffonderebbe messaggi d’amore, il loro profumo non susciterebbe emozioni intense e profonde; se non fossero accomunati alla figura femminile: femminilità come profumo, colore, sentimento, amore. Ed il fiore ne è il simbolo. Dal fiore, anche se non sempre, il frutto; la mela rossa e gialla e verde, così vicina al vero, non tanto la mela di Eva quanto il frutto che bambini e adulti mordono volentieri: il gusto e insieme l’aggressività appagata, senza far male a nessuno. Adamo, in fin dei conti, non ha nulla per cui chiedere venia, la mela, e come simbolo e come realtà, rimane sempre un bel frutto, da disegnare e dipingere, in numerose famiglie. Insieme con l’uva, le noci, i cocomeri. Dalla polpa rossa e dall’epidermide verde. Chi ha detto che il rosso e il verde sono colori contrastanti ? Domandatelo ad Amelia Moretti Carpinello e vi risponderà di no, vi dimostrerà, pennelli e colori alla mano, che è vero il contrario.Il paesaggio, urbano e agreste. Non c’è soltanto in questi dipinti di Amelia Moretti Carpinello, l’acqua del Po, con i suoi riflessi, con i frassini e gli olmi che, curiosi, indagano su ciò che succede sott’acqua, ma che c’è anche l’amore per la propria città d’adozione, vi si percepisce anche la predilezione per la pittura impressionista: l’iridescenza del liquido elemento, la sua fluidità, quel sogno che si era esiliato in soffitta e che qui corre sulle onde del fiume, non tanto come liberazione, ma come libera espressione. I sogni, se non affiorassero, che sogni sarebbero ? La vita, nella sua concretezza, che si abbandona ai sentimenti, e corre dal Piemonte all’Emilia Romagna, e poi ritorna indietro. Un filo diretto che collega la cupola del Monte dei Cappuccini al canale Garibaldi di Ravenna: gli angeli che volano all’interno della cupola e le vele azzurre e del color dell’arancio alla ricerca di un paradiso che è a portata di vento, lungo l’Adriatico mare.Ancora dell’uomo: i ritratti di Amelia Moretti Carpinello hanno tutti la caratteristica della vigorosità, della franchezza, insieme ad un guardarsi dentro, ad una esplorazione della propria anima.Questi sono i suoi famigliari, i suoi amici: gente lontana dall’ ipocrisia, anche quando la verità può essere scomoda. La vita è bella, ecco fiori in abbondanza, fiori e fiori, ma non sempre si può sorridere. E Amelia Moretti Carpinello sa guardare dentro, sa cogliere la gioia, ma anche l’angoscia. Ancora la natura, il mare questa volta, le conchiglie, le stelle marine, i frutti di mare, che chiedono di essere ricordati, con le loro valve sinuose: è un’eco del mare che spira, ci raggiunge, da voce astratta si trasforma in concretezza, poetica e formale, ricordi di luoghi amati, dell’infanzia e dell’adolescenza. La nonna che protegge la nipote, la quale deve affrontare la vita: un’immagine affettuosa la quale dice che l’amore materno non è fatto soltanto di spirito, si attua e si consolida in azioni concrete. I vapori del mare si trasferiscono, ad essi tutto è concesso, sono fluidi come l’aria, come il vento, dalle spiagge dell’Adriatico o del Mar Ligure alla Langa e s’insinuano tra le vallette laterali al corso del fiume Tanaro: come una mano soffice e leggera che accarezza la guancia di un bambino, di una fanciulla o di una mamma. La pittura come espressione di sentimenti, la natura che sempre accompagna l’uomo. L’uomo e la donna che, oggi come tanti secoli fa, compiono i loro riti misteriosi per chiedere aiuto e protezione alle forze della natura e al loro Creatore. La pittura da Amelia Moretti Carpinello è un inno alla natura e all’uomo, che la vive e la solca, l’uomo che in essa riposerà.
Aldo Spinardi

“La giovane Amelia Moretti espone alla “ Cassiopea” (Palazzo Cavour) pitture dal 1954, quando era ancora allieva di Casorati all’Albertina, ad oggi. E la sensibilità tonale di questa delicata artista che continua a resistere - caso più unico che raro - alle lusinghe del conformismo astrattistico, riesce a dar vita, con risultati convincenti, a forme naturali portate sul piano di un dolce e pacato lirismo, gentilmente ricreate in un suo piccolo ed intimo mondo di assorta poesia. È questa la sua prima “personale”; e vorremmo per lei formulare l’augurio di saper conservare la sua fiducia nei motivi che ella ama: figure e oggetti con cui cordialmente comunica i suoi pensieri pittorici all’osservatore non viziato dalla “problematicità” figurativa adesso imperante”.
Marziano Bernardi

La frettolosa vita contemporanea non sempre consente di soffermarci per osservare e contemplare un’opera d’arte soddisfacendo quell’intimo ed edonistico bisogno che ci spinge a “leggere” per apprezzarne i contenuti.

Se non ci si astrae dall’ambiente e non ci si incentra sul manufatto che, con un suadente richiamo inconscio, attrae la nostra attenzione non è facile, né agevole comprenderne, attraverso il linguaggio palese o simbolico espresso dalle forme rappresentate ed elaborate dal segno variegato ordinato e dal colore lineare o corposo, semplice o ricercato, accennato o esuberante, quanto l’artista rappresenta visivamente per coinvolgerci e partecipare la sua elaborata sintesi concettuale.
Saper osservare ed immedesimarsi nelle emozioni suscitate e tentare di comprendere fino ad entrare in simbiosi con quanto evidenziato, facilitati dalla tecnica dall’artista utilizzata, semplice o elaborata ma comunque personalizzata, ci permette di verificare, attraverso il filtro della propria cultura il messaggio recondito che intende trasmettere chi ha realizzato il prodotto.
Così si forma nell’arte l’aggiornata cultura del sapere che essendo, com’è noto, l’espressione più alta della creatività dell’essere, consente di raggiungere le vette elevatissime dello scibile coniugando due fondamentali esigenze: comunicare mediante codificati simboli grafici-pittorici la propria interpretazione secondo la logica razionale, per evidenziare l’esperienza del vissuto ed i futuri e possibili sbocchi e far recepire un’elaborata sintesi suadente, filtrata dalla sensibilità dell’artista, su di un messaggio che, a seguito di una spontanea e condivisa riflessione, viene accettato, confutato o rifiutato.
Ed è quanto si è riscontrato, condiviso dal numeroso pubblico presente, nelle molte opere visionate nella recente rassegna d’arte ospitata a Villa Ormond in Sanremo da Amelia Moretti Carpinelli.
Dalla poetica soffusa evidenziata, che si avverte al primo impatto visivo, i suoi manufatti colpiscono per l’interesse immediato che li fa nettamente distinguere dalle consuete “pitture” osservate nelle tante e diverse manifestazioni allestite per l’arte.
Amelia nelle sue opere elabora e sviluppa una personale impostazione tecnica comprensibile nella sintesi concettuale espressa dal segno che, nel suo delinearsi, esalta le essenziali gamme cromatiche di immediata percezione.

Se l’arte è la via partecipativa dello scibile che consente all’uomo di riflettere sulla sua iconografica e progressiva rielaborazione dei diversi stadi della trascorsa esistenza è anche la visione in cui può intravedere lo sviluppo per una programmazione migliore della sua razionalità nel domani.
La sua sensibilità, come donna e come artista, riesce a cogliere dei patemi e delle speranze dell’essere tutti i diversi aspetti comuni, più salienti e significativi che, nell’usualità delle situazioni e delle condizioni, rielabora per far emergere le coerenze e le contraddizioni insite in ogni personalità.
La sua ispirazione nasce dall’osservazione attenta della natura, della realtà oggettiva, di come si manifesta l’essere e, come una sorgente inesauribile, viene di continuo alimentata dall’apporto vivido della fantasia, della riflessione e dalla sua non comune abilità capace di trasfigurare, nel poetico e non lezioso alone romantico, ogni situazione gioiosa o alterata che, esacerbata o mitigata dalla sua introspezione, entra in sintonia con la realtà.
Non si è limitata, dunque, a recepire l’intimo afflato culturale e pittorico dei suoi docenti Felice Casorati e Francesco Menzio all’Accademia Albertina torinese di Belle Arti, ma ha trasformato l’intellettuale controllo della forma in una razionale e prospettica costruzione dello spazio in cui i soggetti vivono una propria relatività nell’afrodisiaca bellezza cromatica propria dei volumi corporei.
Sono interessanti i suoi ritratti perché, nel mentre evidenziano gli accenni somatici, tratteggiano l’anima dei soggetti raffigurati, colti ed evidenziati sempre, in una propria interpretazione di dinamica ed immediata percezione.
Anche i suoi nudi sono molto particolari perché mettono in luce, con la flessuosità corporea o con le fattezze appesantite dagli anni, il travaglio profondo delle deluse attese o le gioie vagheggiate e non sempre godute che ogni donna racchiude nello scrigno della sua intimità da Amelia rivelata senza lederne l’intimità.
I suoi messaggi diventano significativi attraverso le posture delle immagini di grande efficacia comunicativa nel rapporto singolare evidenziato dal corpo che, in relazione ai chiarori dei raggi battenti e alle velate oscurità delle penombre, manifesta la plastica bellezza della forma esaltata dal colore.
La sua ricerca la porta a definire nella natura, morta o viva, sia pure nella solidità delle volumetrie distaccate, dai tratti veristi con alcune delle assonanze volutamente impressionistiche o surrealistiche, quando le ritiene indispensabili, evidenziate in un proprio calibrato e ben definito modulo espressivo.

Spesso si ha la sensazione che intenda coniugare, e riesce molto bene nella sua simulazione, il ritmo evolutivo del movimento con la fissità tipica oggettuale in un alone esaltato dalla modulazione tonale che mette in risalto il contrasto delle luci e delle ombre.
La sua innata curiosità l’ha portata a voler sperimentare le diverse tecniche per conoscere l’aggregazione dei diversi materiali, ivi compresa la creta per modellare delle forme inespresse, e si è cimentata con successo ricorrendo alla sperimentazione dei gessetti, dell’acquerello, dei decori, dell’affresco, dell’olio, delle tecniche miste, servendosi, con abile maestria, sia dei pennelli che stemperano le dissolvenze ed i mutamenti tonali, sia della spatola più congeniale alla sua espressione perchè conferisce più corposità materica dando degli immediati impatti d’effetto con delle sensazioni di rilievo tridimensionale.
E’ Amelia Moretti un’emiliana che, pur non tradendo le origini culturali della sua terra, non disdegna di completarle e di arricchirle con le altre esperienze per un confronto sempre ricercato che la porta a tessere la sua continua crescita permettendole di cimentarsi nelle esperienze che formano e che completano l’iter della sua formazione artistica.
Anche il più distratto osservatore, dinanzi alle sue opere che attraggono per la loro affascinante ed apparente semplicità, si sofferma volentieri e poi, conquistato dalla forza rutilante del suo stile disinvolto ma suadente, comincia a goderne dei contenuti.
E’ la malia che suscitano tutte le opere di questa pittrice che, avvalendosi dell’esperienza, dell’intuito e del mestiere acquisito, si serve di una propria sintassi ritmata, esaltata dall’interna forza dei contrasti, per catturare l’attenzione e poi, mediante delle imponenti accentuazioni timbriche di straordinaria bellezza, indurre alla riflessione per immedesimarsi nella proposta sua sintesi narrativa, esaltata da un corollario ritmico nelle forme e nei cromatismi, per far recepire la sua sinfonia compositiva in cui è piacevole inebriarsi per ritrovarsi.
Vito Cracas
19 marzo 2005

Intervista ad Amelia Moretti Carpinello
Di Federica Boccaletti

Amelia Moretti nasce a Novi di Modena il 27 luglio 1932 e dopo 3 anni la famiglia si trasferisce nella vicina Novellara, in provincia di Reggio Emilia.

Come nasce in lei l’amore e l’interesse per l’arte?

Sin da bambina, quando abitavo a Novellara mi divertivo a scarabocchiare con i carboni del focolare i muri esterni della casa e della stalla che continuamente mio nonno era costretto a ridipingere. Erano questi i primi segni di una passione che poi non mi avrebbe più abbandonata. Sin da piccola facevo le bamboline in creta. Poi arriva il trasferimento con papà Vero e con mamma Anella a Torino dove ho frequentato un asilo montessoriano e le scuole elementari. Qui ho continuato a coltivare il mio interesse per il disegno e la pittura iniziando a dipingere ad acquerello. Poi quando ero alle Medie è arrivata la mia prima confezione di colori ad olio, regalo di un cugino. Sempre a Torino ho conseguito il diploma di maturità magistrale e poi artistica e, successivamente, mi sono iscritta all’Accademia Albertina. È lì che ho avuto l’onore di avere come maestro uno dei più grandi interpreti della pittura italiana del Novecento, Felice Casorati.

Nella produzione artistica di questa giovane ragazza torinese di adozione permanevano i segni delle radici emiliane, di una terra che ancora bambina aveva plasmato per ricavarvi le bambole?

Certo, il carattere emiliano delle mie opere è una peculiarità che ho sempre mantenuto e per certi versi ha anche costituito l’originalità della mia produzione. Casorati mi diceva che i colori che usavo evidenziavano la mia emilianità.

Un carattere emiliano che si manifesta solo nell’impiego dei colori che sono quelli della nostra terra o anche nella scelta di determinati soggetti?

La mia predilezione per i soggetti legati alla natura, in primis le nature morte, va letta proprio come un altro segno delle mie origini emiliane.

Accanto alle nature morte una buona parte della sua produzione è incentrata sulla figura umana, in particolare la riproduzione di nudi femminili. Perché questo?

Per chi frequenta l’accademia una delle cose più complesse è dipingere i corpi nudi. Il mio approccio a questi soggetti nasce come studio, ricerca ma ben presto diventa modo espressivo, un mezzo per valorizzare il corpo della donna che attraverso i miei quadri voglio ingentilire.

I ritratti, altro soggetto ricorrente, sono semplici riproduzioni, una sorta di fotografia dipinta o rientrano anche questi nell’ambito di una ricerca artistica rivelando un aspetto della sua creatività?

Non voglio assolutamente fare con i miei ritratti delle specie di fotografie. Anzi molti di questi sono a soggetto psicologico. Da un volto, dalla sua espressività scaturisce spesso il carattere di una persona. Inoltre alcuni ritratti hanno anche dei rimandi simbolici, soprattutto nella scelta di determinati colori.

Nella sua formazione ha sperimentato diverse tecniche, ma il nucleo più numeroso delle sue opere comprende quadri ad olio. È questa tecnica che predilige?

Si, la mia pittura è soprattutto ad olio ma poi negli anni Settanta sono stata costretta ad abbandonare i pennelli a causa di un problema di salute, mi venne infatti vietato l’uso dei solventi utilizzati per diluire i colori. È così che, assolutamente intenzionata a non mollare la mia passione e il mio mestiere, sono passata alla pittura a spatola.

Come dicevamo tante dunque le tecniche sperimentate. Nell’ultimo anno di Accademia, Amelia frequentò anche la scuola di decorazione per conoscere a fondo la tecnica dell’affresco. L’interesse verso questa forma artistica nasce da una semplice curiosità o da un’esigenza diversa?

In quel caso specifico il mio interesse verso quella forma di espressività artistica, fu motivato dal fatto che ricevetti l’incarico di restaurare una parte della Madonna della Fossetta, nel Santuario Mariano di Novellara.

Ritratti, nudi, nature morte e fiori variopinti hanno caratterizzato la sua produzione artistica. Ma tra questi quali sono i soggetti che in un certo senso preferisce?

Come si può vedere dai quadri che le ho dedicato, uno dei miei soggetti preferiti è sicuramente il ritratto di mia nonna. Poi i fiori per la straordinaria vivacità di colori. Tanti critici d’arte mi hanno detto che io faccio parlare i fiori e non mi limito a dipingerli.

Mostre e premi

1957 – Bari, Prima mostra collettiva;
1958 – Torino, Promotrice delle Belle Arti;
1959 – Torino, Palazzo Cavour, Galleria Cassiopea, prima mostra personale;
1966 - Torino,Promotrice delle Belle Arti;
Imperia, mostra personale;
1968 - Torino, Quadriennale ; diventa membro dell’Accademia Tiberina;
1970 – Roma, Premio al concorso Omaggio a Roma Capitale;
Torino, Concorso di pittura estemporanea, medaglia d’argento;
Castigliole d’Asti, coppa d’argento
1971 – Londra, galleria d’arte della University of London Union
1972 – Atene, Palazzo Zappion;
Genova, Galleria la Contemporanea
1973 – Novara, Galleria Al Caminetto;
Pompei, Protagonisti della pittura contemporanea, medaglia d’oro;
Biarritz, Gallerie Vallombreuse
1974 – Torino, Bottega d’arte San Giors
1977 – Mondovì, Pittori in Contrada
1980 - Torino, Bottega d’arte San Giors
1994 – Givoletto, Palazzo comunale
1995 – Torino, Circolo della Stampa
1996 – Novellara, Rocca dei Gonzaga
1997 – Novellara, Rocca dei Gonzaga
1998 – Novellara, Sala ex Coop
1998 - Parma, Centro Culturale “Sant’ Andrea” – Personale – 21 marzo – 1 aprile
1999 – Novellara, Rocca dei Gonzaga
2001 – Reggiolo, Salone della Rocca
Gaultieri, Palazzo Bentivoglio
2002 – Chianciano, Salone dei Congressi del Parco dell’Acquasanta - ” – Personale – 1 – 15 agosto 2002
2003 – Carpi, Sala Duomo - Personale
2004 – Sanremo, Casinò Municipale ” – Personale – 12 – 27 febbraio 2004
Verona, Sala Bianca dell’Arsenale ” – Personale – 29 febbraio 7 marzo 2004
2005 – Sanremo, Villa Ormond - “Artisti IN Sanremo” Personale Antologica 15 dicembre 2004 – 04 gennaio 2005
Sanremo - 1° Concorso Internazionale di Arte Sacra “ med.Argento di S.S. il Papa Giovanni Paolo II – gennaio 2005


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INSERITO IN LINEA IL: 25/02/2005
SCADENZA PROMOZIONE IL: 25/02/2006




Mazzo di scabiosa
e piselli odorosi

1999
olio a spatota
su tela
cm. 40 x 50



Nei pressi di Wladimir ( tra Sanpietroburgo
e Mosca) Russia


olio a spatola
cm. 50 x 70